La Ebadi a Londra

19 dicembre 2011

ebadi

di Anna Vanzan*

 

“Sono appena tornata da una visita in Finlandia, pensavo che le donne nel nord Europa avessero raggiunto la parità, ma non è così: mi hanno consegnato un medaglione tagliato in quattro, è il simbolo del fatto che lì ci sono lavori per i quali una donna riceve il quarto del salario che spetta a un uomo…”

 

Esordisce così Shirin Ebadi rivolgendosi a una platea di esperti di economia e di questioni di genere in Iran riunitisi a Londra dal 7 al 9 dicembre u.s.
Polemica e battagliera come al solito, la piccola (scherza sulla sua statura, scusandosi perché è difficile scorgerla mentre parla dietro il podio…) grande avvocatessa iraniana, premio Nobel per la pace 2003, ha tenuto banco per due ore rispondendo alla raffica di domande postele.

 

Shirin Ebadi traccia un rapido, ma incisivo percorso per spiegare la disparità nei confronti delle donne, soprattutto di quelle che vivono nelle società islamiche, sottolineando come la sperequazione economica sia la versa causa di ingiustizie e disuguaglianze patite dalla donne.

 

Eppure, continua Ebadi, l’islam ha garantito alle sue donne l’indipendenza economica ben 14 secoli fa, quando le sorelle in Europa non avevano diritto ad effettuare nessuna transazione senza il consenso maritale: com’è che ora si è verificato un tal capovolgimento della situazione? E’ il patriarcato, secondo Ebadi, che si è impossessato del messaggio islamico, l’ha distorto e continua a intimare la propria volontà in nome di un islam manipolato.

 

Ecco, allora, che si impone la necessità per le musulmane (ma anche per i musulmani!) di conoscere bene la Sharia, in modo da potere fronteggiarne le distorte interpretazioni e non subirle, ma, piuttosto, darne una versione più consona alle esigenze proprie e a quelle della società moderna.

 

Ribadendo la sua nota posizione di “musulmana praticante”, in questa sua esposizione Shirin Ebadi si rivela peraltro sempre più vicina alle posizioni delle “femministe islamiche”, rifiutandosi di considerare l’islam come “nemico” delle donne e separando nettamente l’approccio della religione da quello del patriarcato.

 

Venendo alla situazione del suo Paese, la Ebadi articola la sua prospettiva di lotta attorno alla religione: in altre parole, ella pensa che il cambiamento sia possibile solo attraverso la religione, ovvero, attraverso i dialogo con coloro i quali detengono il potere, mettendone in discussione la loro presunta legittimità religiosa contrastandola con profonde conoscenze del vero islam (e della Sharia).

 

Questa posizione non è piaciuta a molti iraniani presenti, i quali hanno fatto presente come da anni molti compatrioti siano impegnati a fronteggiare il regime confrontandolo sul piano religioso, ma con scarsi risultati. Ciononostante, Shirin Ebadi ha ribadito come il dialogo sia l’unica alternativa per cambiare le cose, se non si vogliono spargimenti di sangue: certo, il dialogo richiede tempo, ma i cambiamenti culturali lo richiedono sempre. La Ebadi ricorda come alla lotta delle iraniane per i propri diritti partecipino molti uomini, fatto che segna un profondo distacco dalle pratiche patriarcali prevalenti un tempo sull’altopiano.

 

Non resta che continuare a dar battaglia con le idee, anche per chi è costretto all’esilio: compresa proprio Shirin Ebadi, che continua però a combattere e sperare per un futuro diverso.

 

(*) Islamista