Arifa

23 gennaio 2012

Arfa-Karim

di Anna Vanzan*

 

E’ morta la piccola Arifa Karim Randhawa: il nome non dice molto ai più, anche se si tratta di un piccolo genio dell’informatica, le cui abilità avevano attirato anni or sono, quando Arifa aveva solo 9 anni, l’attenzione della Microsoft, che le aveva conferito un attestato speciale. Arifa è morta per un attacco cardiaco, dopo aver trascorso la sua brevissima vita nella sua terra natale, il Punjab pakistano.

 

La tragica notizia prova stupore, uguale, se non sorpassato, da quello suscitato dal fatto che Arifa avesse studiato e fosse emersa prepotentemente in un contesto come quello pakistano, notoriamente non favorevole alle donne.

 

Infatti, seppure le statistiche di World Bank ci confortino con qualche dato positivo sulla situazione attuale delle pakistane (in questi ultimi 10 anni si è elevata esponenzialmente l’età matrimoniabile; è cresciuta la percentuale delle donne che usano contraccettivi, e, conseguentemente, si è dimezzato il tasso di natalità), le statistiche relative alla scolarizzazione delle ragazze del Pakistan sono desolatamente basse.

 

Pesa, altresì, l’enorme disparità di opportunità fra le donne delle diverse aree del Paese: è più facile frequentare un corso di studi regolare a Karaci, Islamabad o Lahore, fino a raggiungere la laurea, mentre nelle province confinanti con l’Afghanistan vengono spesso bruciate addirittura le scuole elementari destinate alle sole scolare, e le loro insegnanti minacciate o addirittura uccise.

 

Eppure, alcune leggi sono migliorate: pensiamo solo agli emendamenti apportati nel 2006 alle terribili “Hudud”, una serie di leggi emanate negli anni ’70 dal dittatore Zia ul-Haq con l’intento di “islamizzare” la società, ma dirette a colpire soprattutto le donne. A questo progetto liberatorio, fortemente voluto dall’allora Presidente Parviz Musharraf, hanno contribuito le maggiori associazioni femminili/femministe, nonché la Commissione Nazionale per la Condizione Femminile (NCSW). Anche in Pakistan, però, le donne possono spesso divenire le peggiori nemiche del loro genere, come dimostrano le manifestazioni di alcune associazioni di “estremiste” che, fin dal 2003, hanno protestato perché vorrebbero mantenere le leggi Hudud!

 

Le associazioni di donne pakistane sono profondamente divise, e sono dei vasi di coccio nel quadro di incertezza socio-politica globale in cui stalla il loro Paese. Il movimento femminista laico è in difficoltà, perché percepito da molti come estraneo alla cultura locale (grazie anche a una sfavorevole campagna pubblicitaria estremista che rappresenta le femministe quali emissarie dell’Occidente imperialista e guerrafondaio); mentre sono in crescita le adesioni a varie forme di “femminismo islamico”, che stanno redigendo la nuova agenda femminista in Pakistan.

 

Il pericolo è che prendano il sopravvento i gruppi radicali, dividendo definitivamente le pakistane in “buone” e “cattive”, dove le buone, ovviamente, sono quelle disposte ad accettare un discorso politico-religioso di subordinazione al patriarcato.

 

Vi sono molte pakistane che hanno preso l’iniziativa di ospitare a casa propria seminari di lettura i testi  dell’islam (Corano e hadith): lodevole iniziativa, se non fosse che alcune di loro interpretano le sacri scritture in modo conservatore e restrittivo, secondo, o addirittura peggio, la più rigida lezione di molti religiosi maschi.

 

(*) Islamologa